Michael è un giovane che per sedici anni aveva rubato a coloro che vivevano intorno a lui. Non aveva bisogno di denaro; rubava perché era vittima di una compulsione. Era un modo per trovare sollievo al suo senso di colpa e alla vergogna. Michael era finito in prigione, aveva fatto psicoterapia e si sentiva male di ferire la sua famiglia. Aveva provato e riprovato a trattenersi, lottando da solo, ma non aveva trovato liberazione. Dopo due incontri di preghiera, fu completamente liberato dalla cleptomania; sono più di nove anni che non prova più il desiderio di rubare. Gesù ha portato Michael dal “frutto” dei furti fino alle sue radici:
Gesù portò Michael a comprendere il “lato personale” della croce, a sperimentare la libertà dalla compulsione al furto o perfino dal pensare di rubare. Sostituì la cleptomania, tramite la quale evitava di guardare in faccia il suo senso di colpa e la sua vergogna, con la pace in Cristo che sorpassa la nostra comprensione.
LA STORIA DI MICHAEL - SALVATO DALLA LUCE DI DIO
«Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi» (Giovanni 8:36).
«Avevo bisogno di essere liberato, ma non sapevo come. Disperatamente, ripetutamente, avevo tentato di cambiare, ma Satana mi aveva legato con le catene dell’inganno: provavo paura, senso di colpa e vergogna; mi sentivo senza speranza e nell’impossibilità di essere liberato.
“Il suicidio è la tua unica speranza”
Fin da quando avevo cinque anni, avevo portato il peso del mio segreto ed ora, a vent’anni, stavo mollando la vita. Non avevo speranza di cambiare la mia vita e sapevo che ero destinato alla prigione, dove ero sicuro che non sarei sopravvissuto, perché là mi aspettava proprio ciò che aveva causato la mia condizione disperata, l’abuso sessuale… Sapevo che non avrei potuto sopportarlo, proprio non l’avrei sopportato e sarebbe finito con la mia morte. Così ora la soluzione che il diavolo suggeriva - il suicidio - sembrava essere l’unica opzione che avessi.
Com’ero arrivato fino a quel punto? Mio padre mi aveva detto che fino all’età di circa cinque anni, ero stato un bambino felice e vivace. Un bimbo a cui piaceva entrare correndo nella stanza dove lui stava seduto, saltandogli in braccio, ridendo e godendo del suo abbraccio. Ma ora era tutto diverso… Mi era successo qualcosa e avevo bisogno di aiuto, ma avevo giurato a me stesso che sarei morto piuttosto che dirlo a qualcuno.
Ripetendo il ciclo: vergogna, furti, bugie
Credevo che sarei stato ucciso, se l’avessi detto a qualcuno e, da quel momento in poi, cominciai a provare vergogna e senso di colpa, credevo che fosse colpa mia e cominciai a credere che perfino i miei genitori non lo avrebbero compreso o non mi avrebbero più accettato, se glielo avessi detto. Ero sempre in collera sotto sotto, non volevo essere abbracciato e non riuscivo a controllare il mio impulso a rubare. Sapevo che era sbagliato e non avevo bisogno di rubare. Non aveva senso quello che facevo e mi capitava spesso di rubare senza curarmi che gli altri mi vedessero o meno.
Ricordo ancora oggi quasi tutto ciò che ho rubato nella mia vita. Potrei sedermi e scrivere intere pagine di quello che ho rubato e a chi l'ho rubato. Le prime cose che ho rubato sono state diverse buste di lattine di bibite. Le avevo rubate sperando che i miei genitori si rendessero conto non solo che avevo fatto una cosa sbagliata, ma anche che l'avevo fatta perché quel ragazzo aveva fatto qualcosa di sbagliato a me.
A quel tempo, accumulavo lattine e le riciclavo per fare qualche soldo in più. Avevo raccolto un bel po' di lattine, ma mio padre trovò i sacchetti nel cortile e mi chiese dove li avessi presi. Dopo aver girato intorno alla domanda e mentito, alla fine gli dissi dove le avevo prese, ma che pensavo che il tipo le stesse buttando via. Gli dissi anche che non sapevo che la persona le riciclava, invece lo sapevo bene. Mio padre me le fece prendere e restituire.
Dopo questo rubai dei giocattoli, i soldatini GI Joe. A tutt’oggi, non ricordo di averli messi nel mio zainetto… È la sola volta che non ricordo di aver rubato. Stavamo giocando all’asilo e, dopo, due giocattoli mancavano. Cercammo dappertutto, poi l’insegnante li cercò nella mia borsa e li trovò. Ero nei guai e andò a finire che tornai all’asilo il giorno dopo con mio padre e dovetti scusarmi con il bambino a cui li avevo presi.
Pericolo! Nessuno è al sicuro con me!
Questo andazzo andò sempre peggiorando. Dapprima c’era la paura, poi fu per trovare sollievo dal senso di colpa e dalla vergogna che provavo costantemente. Il brivido che provavo rubando rappresentava un sollievo dai terribili sentimenti che provavo. Non potevo stare più di due mesi senza rubare; talvolta rubavo parecchie cose al giorno, ogni giorno per settimane.
Mio padre alla fine mi beccava e, dopo essermi fatto un po’ persuadere, confessavo ogni cosa. Questa divenne la routine della mia vita per i successivi quindici anni e oltre. Rubavo finché non venivo scoperto da mio padre e poi dovevo aggiustare le cose con tutti quelli a cui avevo sottratto qualcosa. Stavo bene per un pochino di tempo, poi tornavo al vecchio schema finché mio padre non mi riscopriva. Nessuno era al sicuro intorno a me; rubavo ai miei stessi genitori, a mia sorella, ai cugini, agli zii e alle zie, ai nonni, agli amici e perfino a Dio in chiesa.
Occasionalmente rubavo in qualche negozio… Ero completamente fuori controllo. Non importava quante sculacciate potessi prendere, non riuscivo a smettere di rubare. Avevo l’adrenalina a mille subito dopo aver commesso un furto ed era probabilmente per questo che continuavo a farlo.
Cominciò a piacermi quando m’intrufolavo qui e là e il brivido che provavo mentre rubavo. Rappresentava un sollievo dagli altri sentimenti che erano continuamente in secondo piano nella mia mente. Non m’importava se ero da solo a casa e quindi ero il solo che avrebbe potuto farlo, rubavo lo stesso. Non c’era alcuna logica per i miei furti, specialmente quando divenni più grande. Lavoravo duro e risparmiavo denaro, non ero mai in difficoltà finanziaria. Spesso gettavo perfino via o regalavo le cose che rubavo.
Un furto da 500 dollari
I miei furti continuarono fino a che giunsero al top, o almeno così pensavo io, il 15 dicembre dopo il mio diciottesimo compleanno. Stavo lavorando come cassiere da Best Buy e rubai 500 dollari dal registratore di cassa, mentre nessuno mi stava guardando. Quando la sera vennero a contare il denaro che avevo in cassa, rubai del contante da un altro registratore di cassa che stava lì, per cercare di coprire l'importo che avevo sottratto. Ma non bastava a coprire l’ammanco e così mi mandarono a casa, mentre tentavano di capire che cosa fosse successo. Era il periodo delle feste natalizie ed era stata una giornata frenetica.
Tornai al lavoro il giorno dopo e fui chiamato in ufficio, dove mi fecero alcune domande. Avrei potuto mentire e me la sarei cavata perché non avevano prove in mano contro di me, ma confessai. Chiamarono la polizia e fui arrestato. Mio padre era venuto a prendermi al lavoro quella sera e mi stava aspettando nel parcheggio; così era lì quando mi portarono fuori dal negozio in manette. Ricordo di aver guardato verso sinistra, dove mio padre aveva parcheggiato la sua auto e lo vidi abbassare la testa. Mi fece molto male… Mai avrei voluto deludere mio padre; avrei voluto che fosse fiero di me.
Un centesimo per un criminale
Mio padre uscì dalla macchina, si avvicinò all’ufficiale di polizia e identificò se stesso, quindi chiese che cosa stesse succedendo. Quando il poliziotto glielo disse, mi chiese se l’avevo fatto davvero. Annuii con la testa… Sì. Il poliziotto mi fece sedere sul sedile posteriore dell’auto di pattuglia e mi portò in cella. Siccome si trattava di 500 dollari, era un reato.
Mi portarono nella prigione della città; mi fecero togliere le scarpe e mi chiusero in cella. Si assicurarono che la pesante porta sbattesse con forza dietro di loro… Non potrò mai dimenticare quel suono. Odiavo che mi avessero fatto togliere le scarpe, perché il pavimento di cemento era freddissimo e mi sentivo gelare.
Dopo parecchie ore, mi prelevarono per farmi le foto e prendermi le impronte digitali. Quindi fui riportato in cella e passarono parecchie altre ore. Alle tre del mattino mi trasportarono nella prigione della Contea Orange (OCJ). Là dovetti passare per la stessa procedura. Ci spostavano da una cella all’altra durante la procedura. Avevano una lunghissima fila di celle e continuavano a spostarci. Penso che lo facessero per impedirci di dormire; rendevano la cosa più spiacevole possibile.
Dispiacersi non era abbastanza
Ricordo di aver sentito un altro prigioniero dire che non vedeva l'ora di completare la procedura, così sarebbe stato messo in una cella dove avrebbe potuto dormire un po'. Quando fu il mio turno, mi trovai di fronte ad uno degli ufficiali di polizia e risposi ad alcune domande. Siccome era il mio primo arresto, decisero di rilasciarmi sulla parola, senza alcuna cauzione. Passarono ancora diverse ore, poi mi rilasciarono che erano le sette del mattino.
Chiamai mio padre e lui venne a prendermi. Ricordo di avergli detto che non volevo parlare in quel momento, volevo solo andare a casa e dormire. Parlammo più tardi quel giorno… Non avevo idea di cosa dire.
Mio padre mi disse che, quando era tornato a casa la notte precedente e aveva detto a mia madre quello che era successo, lei aveva pianto molto. Mi disse che mai, nei venticinque anni del loro matrimonio, l’aveva vista piangere così. Questo mi toccò molto, ma ancora non riuscivo a cambiare.
Gli studi biblici non erano abbastanza, la chiesa non era abbastanza
Non avevamo mai avuto bisogno di un avvocato penalista e non ne conoscevamo alcuno; così finimmo per cercarlo consultando la guida telefonica. Trovammo il riquadro promozionale di un avvocato cristiano nella guida telefonica e decidemmo d’incontrarlo.
Finimmo con l’assumerlo, così venne al processo con me. Dopo varie udienze in tribunale, arrivò il giorno della sentenza. Mi diedero sette mesi di libertà vigilata e venti giorni di un servizio socialmente utile, il che voleva dire che dovevo lavorare per Cal Trans (agenzia governativa dei trasporti), raccogliendo la spazzatura ai margini delle superstrade indossando quei giacconi arancioni fosforescenti. Siccome a quel tempo frequentavo la scuola superiore, mi ci vollero alcuni mesi di lavoro, occupando tutte le domeniche e i giorni liberi dalla scuola.
Il mio avvocato mi sostenne molto. Teneva studi biblici una volta la settimana nella scuola che frequentavo e m’invitò a frequentare questi momenti di studio, cosa che feci. Per tutto questo periodo, frequentai anche la chiesa ogni settimana.
Il lavoro missionario non era abbastanza
Verso la fine del mio periodo di servizio socialmente utile per Cal Trans, secondo la sentenza del tribunale, venne fuori l’opportunità di andare in Tailandia per un anno come studente missionario per insegnare l’inglese come volontario. Forse insegnare ai bambini poveri nelle giungle della Tailandia avrebbe operato un cambiamento nella mia spiritualità e avrei alla fine potuto vincere questo demone. Ma buttarmi a fare buone azioni non mi cambiò, perché credevo ancora alle bugie del diavolo. Persino all'estero trovai l’occasione di rubare e non stavo meglio lì che qui negli Stati Uniti.
I miracoli non erano abbastanza
Non c’è dubbio che Dio mi benedisse in molti modi mentre ero là e non avrei cambiato quell’esperienza per niente al mondo. Ma, malgrado Dio mi avesse salvato la vita in almeno cinque diverse occasioni, perfino lavorare per Dio a tempo pieno non fece alcuna differenza. Non permettere al Signore di mostrarmi le bugie che Satana mi aveva indotto a credere, non fece che peggiorare la mia difficile condizione.
Uno dei ricordi più vividi che ho della Tailandia è quello dei venditori nei mercati all’aperto e nei templi, con i loro passerotti chiusi in gabbie di vimini e delle persone che li acquistavano e poi li liberavano per ottenere dei meriti. Mi sentivo come uno di quei passeri in gabbia e volevo che qualcuno mi liberasse.
Sforzarsi di più non era abbastanza
Finii l’anno scolastico in Tailandia e tornai a casa. Tornai ad assumere il mio avvocato cristiano e andai in tribunale per riuscire ad ottenere che venissero cancellate le accuse contro di me dalla mia fedina penale. Ma continuai a rubare finché non venni arrestato per la seconda volta il 10 settembre, giusto dieci giorni prima del mio ventesimo compleanno. Ancora una volta avevo rubato a un amico e questa volta il fatto fu denunciato alla polizia. Fui arrestato un venerdì, il che significava che avrei passato in prigione il fine settimana e ci sarei restato fino al martedì mattina, perché quel lunedì era festa.
In prigione ebbi un sacco di tempo per pensare. I miei genitori vennero a farmi visita più volte. Ancora una volta, mio padre non aveva idea di chi chiamare come avvocato. Ci sentivamo in imbarazzo di richiamare il mio avvocato precedente. Mi aveva detto che non sarebbe stato facile per me e che dovevo passare più tempo con Dio e studiare la Bibbia per non soccombere nuovamente. Avevo cercato di seguire i suoi consigli e avevo fatto un ragionevole lavoro su me stesso, ma non ero cambiato. Ora avevo bisogno di un avvocato più aggressivo, che conoscesse meglio i dettagli del sistema legale.
Mentre stavo seduto nella mia cella, mio padre restringeva l'elenco degli avvocati a diverse possibilità, ma trovava difficile arrivare a una decisione, quindi mi chiese di pregare. Devo dirtelo, la preghiera mi sembrava inutile… Avevo pregato molto per essere aiutato a non rubare più e per altre cose. Mi sembrava come se nessuno fosse in ascolto, non vedevo o sentivo alcuna risposta.
Quando i miei genitori vennero a trovarmi, mi dissero che mia sorella non aveva voluto accompagnarli, perché pensava di non poter sopportare di vedermi dietro le sbarre. Mi scrisse una lettera per dirmi che mi voleva bene e che stava pregando per me. Sentire e vedere quanto tutto questo fosse difficile da affrontare per la mia famiglia mi spinse oltre il limite. Sedici anni di puro inferno erano abbastanza, non ce la facevo più. Non riuscivo a sopportare di deludere ancora i miei genitori e vedere il dolore nei loro occhi. Non c'era alcuna speranza nel mio futuro.
La psicoterapia non era abbastanza
Avevo visto un sacco di terapeuti. Ero stato da diversi psicologi cristiani ed ero stato indirizzato ad uno psicologo esperto nel trattare i criminali, che era anche un cristiano. Aveva passato centinaia di ore e speso decine di migliaia di dollari con loro, ma non ero stato guarito dalla “mia malattia”. Decisi in prigione che avrei messo fine a tutto questo. Non c'era speranza per me, avevo cercato aiuto dappertutto e continuavo a rovinare ogni cosa.
Dove sei, Dio?
Ad un certo momento del lunedì, un versetto che avevo sentito centinaia di volte prima e sul quale non mi ero mai soffermato per pensarci una seconda volta, mi balzò in testa: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Giosuè 1:5 - Ebrei 3:5). Dapprima non ci credetti, dissi a me stesso che non poteva essere vero. DOVE SEI?! Lottai con me stesso, avanti e indietro, per un bel po’ di tempo. Il diavolo lo stava sicuramente contrastando nella mia mente. Era una vera e propria guerra. Continuavo a cercare di appropriarmi di quella promessa e ogni volta che ci provavo, una voce insisteva a dirmi: “Non ti ama. Non Gli importa. Dov'è quando hai più bisogno di Lui? Da nessuna parte! Non c’è speranza, non avrai mai aiuto per smettere di rubare!”.
“Non avrai mai aiuto”
Dopo un'ora o due arrivai al punto che la testa mi pulsava... Non ce la facevo più. Feci delle flessioni per cercare di schiarirmi le idee e liberarmi della frustrazione e della rabbia. Feci flessioni fino a quando non crollai a terra sfinito. Mi faceva ancora male la testa. Alla fine mi raggomitolai come una pallina sulla branda e cominciai a piangere. Gridai a Dio nella mente... “Signore, aiutami!”. Quasi istantaneamente la testa smise di farmi male, sentii inondarmi dalla pace e mi addormentai.
Il giorno dopo dovevo presentarmi per il mio processo, quindi il martedì mattina mi trasferirono in tribunale e fui messo in una cella di detenzione. L'avvocato a cui si erano rivolti i miei genitori venne a trovarmi in tribunale. Si presentò e mi disse che cosa sarebbe successo. Finalmente alle 14:00 circa mi presentai davanti al giudice e il mio avvocato fu in grado di organizzare il mio rilascio. Quindi alle 17:30 fui rilasciato; i miei genitori vennero e tornammo a casa.
Quella notte parlai seriamente a Dio. Gli dissi qualcosa del genere: “Dio, devi aiutarmi! Non posso più continuare così… Sto distruggendo me stesso e la mia famiglia, è angosciante per me. Non si può continuare così… Devi aiutarmi e devo vedere che mi hai aiutato, o metterò io stesso fine a tutto questo. E poi, dovrò affrontare un periodo in prigione, perché questo è il mio secondo reato. Se devo continuare a vivere, devi tirarmene fuori in qualche modo. Non voglio incontrare il “Grosso e cattivo Bubba” nella mia cella qualche notte (la possibilità di subire di nuovo violenza sessuale - ndt). Se vado in prigione, la farò finita. Aiutami, o è finita. Devo vederti all’opera al di là di ogni dubbio”.
Metterci un coperchio sopra non era abbastanza
Nel corso dei sei mesi successivi entrai ed uscii dal tribunale prima che fosse emessa la sentenza. Firmai il patteggiamento sulla base del fatto che mi ero dichiarato colpevole di un grosso furto, e il tribunale avrebbe posto un limite di 120 giorni alla mia pena. Prima che fosse suggerito questo accordo, si stava parlando di un anno di detenzione. Il significato dell’accordo era che non potevo essere condannato a più di 120 giorni di carcere.
Un paio di settimane dopo il mio avvocato incontrò il giudice e il pubblico ministero e dissero che mi avrebbero condannato a 90 giorni in una prigione della Contea e a tre anni di libertà vigilata. Il mio avvocato disse che avrebbe cercato di portarmi in una prigione privata di cui era a conoscenza. Quando arrivò il verdetto finale, il mio avvocato aveva negoziato che avrei scontato tutti i 120 giorni, ma che avrei potuto passare quel periodo in una prigione privata, seguito da tre anni di libertà vigilata. Il giudice e il pubblico ministero concordarono e fui condannato.
Il mio avvocato venne e mi disse: “Questo è molto meglio. Nel carcere privato ci sono persone che hanno commesso reati minori, così la notte potrai dormire con tutti e due gli occhi chiusi”. Tuttavia non era a buon mercato… Costava 75 dollari a notte, ma avrei potuto dormire là e uscire durante le ore diurne per andare a lavorare; quindi avrei dovuto tornare in carcere dopo il lavoro. Era qualcosa di simile ad un albergo, controllo in uscita al mattino e controllo in entrata per la notte, solo che non ero libero di andare dove volevo e fare quello che volevo. C’erano delle restrizioni, ma Dio aveva risolto la seconda parte della mia preghiera. Potevo scontare la pena senza problemi ed uscire. Non avevo potuto evitare la pena, ma ero al sicuro e i miei genitori e gli amici potevano farmi visita la domenica nel carcere privato.
Un’amica porta speranza
Circa un mese dopo che ero uscito dal carcere, un’amica mi avvicinò e mi disse che aveva sentito dire da una compagna di scuola che ero stato arrestato… Era vero? Le dissi di sì e le parlai un pochino del mio problema. Chiamò sua madre e sua madre mi disse che aveva assistito ad un seminario dov’era stata presentata una potente forma di preghiera d’intercessione, che aveva aiutato le persone ad uscire da ogni genere di problema. Mi spiegò alcune cose e decisi che mi sarebbe piaciuto provare. Avevo bisogno di provare, dovevo provare.
Stavo annegando e lo sapevo. Avevo servito il Signore per un anno in Tailandia, avevo letto la Bibbia e numerosi libri spiritualmente incoraggianti e ogni settimana andavo in chiesa, ma non ero cambiato. Era ovvio che, nonostante tutto ciò che avevo fatto, non potevo cambiare. Era solo questione di tempo e poi sarei stato arrestato di nuovo, per la terza volta, e allora mi avrebbero incarcerato per molto tempo e non sarebbe stato nell' “hotel” locale.
Fu diverso da qualsiasi cosa avessi provato prima di allora… Fissai un appuntamento con Paul che abitava a circa due ore di strada. Avevo letto un opuscolo che mi aveva inviato e che spiegava a grandi linee il percorso e, insieme a mio padre, che sarebbe stato il mio compagno di preghiera, ci recammo da lui in macchina. Paul e il suo partner della preghiera, Günter, un medico del Pronto Soccorso che era fortemente interessato al potere della preghiera d’intercessione ed era disposto a rinunciare al suo pomeriggio di lavoro per far parte di questa sessione, ci stavano aspettando.
Parlammo solo un po' del processo, della sofferenza di Cristo e del suo potere di portarmi guarigione e integrità. Quindi iniziammo a pregare, chiedendo al Signore di “cercare nel mio cuore e provare i miei pensieri, rivelando qualcosa di doloroso dentro di me” (cfr. Salmo 139: 23-24). Chiedemmo a Dio di rivelare la “radice” (Luca 3: 9), in modo che Egli potesse “liberarmi” (Giovanni 8:32), mentre metteva la Sua verità nel “segreto del mio cuore” (Salmo 51:6).
Prima pregammo che Dio influenzasse e dirigesse il processo nel quale stavamo entrando e Gli chiedemmo d’inviare i Suoi angeli perché mettessero una barriera di protezione intorno a noi, affinché Satana e i suoi angeli non potessero interferire. Entro trenta secondi mi vennero in mente due ricordi che riguardavano le prime cose che avevo rubato. Parlai di tutti e due questi ricordi, poi pregammo che Dio mi illuminasse mostrandomi la Sua verità riguardo a queste esperienze o mi facesse venire in mente un altro ricordo.
“Dio, ti stai sbagliando!”
Allora mi venne in mente quell’evento quando, all’età di cinque anni, avevo subìto un abuso sessuale da parte di un ragazzo più grande del vicinato. Tentai di cancellare questo ricordo dalla mia mente… Dissi: “Dio, ti stai sbagliando… Dammi un altro ricordo, questo non può essere quello giusto!”. Non avevo mai dimenticato quel fatto, ma avevo promesso a me stesso che non l’avrei mai detto ad alcuno in tutta la mia vita.
Volevo portare questo ricordo e quella situazione con me nella tomba e, di fatto, per sedici anni non avevo mai parlato con alcuno di quello che era successo. Comunque, per quanto provassi a liberarmi di quel ricordo, non ci riuscivo. Avevo lottato duramente per mantenere la promessa che avevo fatto a me stesso ed era destinato ad essere sepolto con me nella tomba.
Cominciai a piangere a causa di quel ricordo… Rimasi sopraffatto dal dolore di quell’evento e dalla vergogna che ne era derivata nei passati sedici anni. Rimasi seduto là a piangere per oltre due ore, tentando di far uscire qualche parola dalla mia bocca a proposito di ciò che avevo visto, tuttavia non ci riuscivo. Era come se qualcuno mi avesse tolto la capacità di parlare. Aprivo la bocca, ma non ne usciva alcuna parola. Grazie a Dio, mio padre aveva portato un computer portatile per poter prendere appunti, così vi scrissi di quel ragazzo che aveva abusato di me.
Mio padre lo lesse al gruppo di preghiera e pregammo su questo. Pregammo che Dio mi illuminasse mostrandomi le bugie che Satana mi aveva insinuato o di darmi un altro ricordo. Non mi venne in mente nient’altro. I ricordi erano affiorati facilmente prima, ma ora era come se qualcuno avesse spento l’interruttore. Sentii come se Dio mi stesse dicendo: “È sufficiente per oggi. Hai bisogno di metabolizzare tutto questo e tornare un altro giorno per finire il lavoro”. Dio sapeva esattamente come mi stavo sentendo e ciò che potevo sopportare.
Abusato
Mi sentivo emotivamente svuotato. Non sarei stato in grado di continuare, né avrei potuto metabolizzare qualcos’altro nella mia mente. Finii con il dormire durante tutto il viaggio di ritorno, ma mi sentivo come se un enorme peso fosse stato sollevato da me e provavo una meravigliosa pace in me. Quando mi risvegliai, mi sentii ringiovanito, non avevo mai provato così tanta gioia in tutta la mia vita. Finalmente avevo mollato quel fardello e lasciato andare qualcosa che non avrei mai dovuto portare.
Tornai la settimana successiva e fui in grado di mettere insieme alcuni dei pezzi. La prima cosa che avevo rubato apparteneva alla persona che mi aveva abusato, minacciandomi poi che se avessi mai detto a qualcuno l'accaduto, mi avrebbe ucciso. Avendo cinque anni, gli avevo creduto. Avevo paura di dirlo a qualcuno, temendo che la mia vita sarebbe finita. Più tardi, a causa della tremenda vergogna che provavo, mi vergognai anche di dirlo ai miei genitori, pensando che avrebbero pensato male di me e non avrebbero capito.
Queste erano le bugie che Satana mi aveva detto, menzogne che non avrebbero potuto essere più lontano dalla verità, ma mi aveva indotto a crederci. Avevo iniziato a cercare di pareggiare i conti (o di vendicarmi) e negli anni - siccome il fardello non veniva sollevato - avevo cercato ripetutamente di ottenere sollievo e una forte emozione rubando. Forse era stato un grido d’aiuto perché qualcuno si accorgesse che stavo tentando di attirare l'attenzione su ciò che mi era stato fatto, senza dirlo a parole.
Di solito rubavo alla famiglia e agli amici, il che rappresentò un altro motivo per cui ero stato così deciso a togliermi la vita. Stavo distruggendo tutte le mie amicizie e le relazioni ma, per grazia di Dio, avrei messo fine a quel processo distruttivo togliendomi la vita. Il Signore mi mostrò le bugie che Satana mi aveva inculcato, bugie a cui avevo creduto e che stavano distruggendo la mia vita. Avevamo pregato che Dio mi rivelasse le bugie che Satana mi aveva portato a credere e che me ne liberasse. Lo ha fatto e, da allora, non ho più rubato! Come il piccolo passero nella gabbia, mi ha liberato!
Gesù è abbastanza per rendermi libero!
Avevo provato a cambiare la mia vita da solo. Avevo letto la Bibbia religiosamente, avevo pregato, ero andato in chiesa fedelmente e avevo provato tutto quello che mi era venuto in mente, ma tutte le mie buone azioni e le “opere” di auto-aiuto non mi avevano aiutato a cambiare la mia vita, perché credevo ancora alle bugie che Satana aveva radicato dentro di me. Fu quando Dio accese la Sua luce sulle menzogne di Satana e mi rivelò la Sua verità che cambiai. “Allora conoscerai la verità e la verità ti farà libero” (Giovanni 8:32).
Perché accontentarsi della frustrazione e della sconfitta, giorno dopo giorno, quando Dio promette una piena e completa guarigione? “Io, l'Eterno, ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per mano, ti custodirò e ti farò l'alleanza del popolo e la luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, per fare uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione quelli che giacciono nelle tenebre” (Isaia 42: 6-7). Lascia che Gesù Cristo ti riveli la Sua presenza, rimuova le tue ferite (le bugie che Satana ha messo nella tua mente) e ti liberi!
“Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi” (Giovanni 8:36). Se tu, o chiunque tu conosca, volesse parlare con me della mia esperienza o fare questo percorso, per favore contattami. Dio mi ha aiutato ed io sarei più che felice di aiutare te in qualunque modo».
Michael Smith